Il Record Store Day. Ricordo che l’anno scorso la cosa mi piacque e pure molto. Stavo a Montreal, mangiavo schifezze ed in rete beccai un documentario commovente, dal titolo fichissimo (“I need that record!”) e che si fregiava di interventi di personaggioni della “scena” anni ‘80-‘90 (quelli buoni, gente come Ian McKaye per dire). Quest’anno mi “tocca”, è un anno complesso e, quindi, vorrei evitare come la peste le solite tirate nostalgiche. Ma è difficile. E’ difficile perché la dicitura “negozio di dischi” porta dritto agli anni ‘90. Metà anni ‘90, per la precisione. In poche parole, avere vent’anni, fare lo studente universitario, non avere una lira in tasca. Un disastro, insomma. Contemporaneamente la metà degli anni ‘90 sanciva l’apogeo del negozio indipendente per eccellenza a Roma: Disfunzioni Musicali (lo so, lo so, ce ne erano anche altri ma stavano tutti lontani da casa mia e, all’epoca, avevo uno schifoso Piaggio come motorino, quindi non rompete…).
Disfunzioni, dicevamo. Il classico store enorme con dentro, ad ogni ora del giorno e della notte, la sovradescritta marea di sfigati che guarda il nulla. Spiegamoci. Nella mia concezione del mondo (opinabilissima) tutto è nulla se non lo puoi ascoltare o comprare. E io (e gli altri con me, Lorenzo, Filippo e Luca tra gli altri) all’epoca non avevamo una lira e quindi non si comprava nulla. Che facevamo? Guardavamo. Cosa? Io, nel mio piccolo, le copertine degli album (gli altri non so). Mi sceglievo con cura certosina (che cosa triste…) il vinile che “mi sarei regalato” il giorno del passaggio del temutissimo esame alle porte (ricordo ancora che per Anatomia mi presi uno schifoso disco dei Cherubs). E il mondo normale? Il mondo fatto da persone che non spendevano vagonate di soldi per un 7” pollici di importazione della fiorente scena noise giapponese (il gruppo si chiamava Gerogerigegege, il singolo “Tokyo Anal” e la persona in questione se non mi fa il piacere che mi ha promesso vedrà il suo nome sputtanato per sempre…)? Insomma, cosa pensava di Disfunzioni e di noi tutti, la maggioranza silenziosa? La risposta è semplice. Molta compassione e, sullo sfondo, inquietitudine. Ho le prove per questo. Il memorabile racconto di due miei colleghi di Università (gente che ascoltava Pino Daniele per intenderci). Carucci. Avevano deciso di farmi un regalo di compleanno. Raccolsero informazioni. I Germs, un disco dei Germs. Andarono a Disfunzioni di sabato pomeriggio. Il loro racconto del fragoroso impatto fra due tranquilli uomini medi e la fiorente scena punk e dark della capitale merita tuttora una sceneggiatura di Tarantino.
Ora Disfunzioni non c’è più. Chiuso. Senza troppe cerimonie. Io nemmeno me ne sono accorto, preso come sono a scaricarmi la nuova versione di iTunes. Improvvisamente vai a San Lorenzo la sera, passi per quella strada e, sorpresa, niente più Disfunzioni. Un’autentica “istituzione” rasa al suolo dalla storia che, negli ultimi 10 anni, ha preso una piega troppo veloce.
Ma avevo detto che avrei cercato di evitare le tirate. Quindi non chioserò parlando di chi c’era al bancone (praticamente una buona parte dell’underground sperimentale ed hip-hop della capitale).
Invece vi parlerò di quelli che sono rimasti. Quelli che a Disfunzioni ci andavano. Quelli che ancora adesso ti dicono:
“devi scrivere un pezzo su Disfunzioni? Fantastico, scrivi dell’atmosfera, dell’odore…”
“quale odore, scusa?”
“quello dei vinili…”
Se la mia non è stata la generazione più inutile della storia, poco ci manca.